venerdì 12 aprile 2019

Boccaccio: Cavalcanti


Giovanni Boccaccio, Il Decamerone
(versione in italiano moderno di Aldo Busi)


LOCULI LIBERI
Storia n. 9   Sesta Giornata



Elissa, la regina:

Amiche mie giuggiolose, dovete sapere che una volta nella nostra città c'erano tante piacevoli abitudini di cui oggi non è rimasta traccia alcuna perché l'avarizia, che ha attecchito da noi con la stessa velocità della ricchezza, le ha spazzate via tutte. Per esempio, i gentiluomini delle diverse contrade di Firenze avevano l'abitudine di riunirsi in club più o meno numerosi, ammettendo come soci tutti gli amici che non avevano problemi di portafoglio, e oggi l'uno, domani l'altro, si davano il turno per invitare a pranzo tutti gli altri, aggiungendo spesso e volentieri qualche sedia in più per i visitatori di passaggio o per altri concittadini. L'usanza voleva anche che i soci si vestissero tutti allo stesso modo almeno una volta all' anno, e nelle occasioni più importanti, tipo feste di precetto o l'arrivo di una bella notizia, magari la conquista dello scudetto, li si vedeva cavalcare tutti insieme per le vie della città e qualche volta partecipavano in massa anche a Giochi Senza Frontiere.
Tra questi club, o bande, c'era anche quello di Betto Brunelleschi, che assieme ai suoi consoci aveva fatto di tutto per tirarci dentro anche Guido di Cavalcante de' Cavalcanti, e non senza motivo: quello lì infatti, oltre a essere uno dei maggiori poeti-filosofi del tempo e un fisico sperimentale coi neutroni -cose di cui i consoci si infischiavano-, era un figo di classe, splendido conversatore, e qualunque meta degna di un gentiluomo si prefiggesse, la raggiungeva meglio e più in fretta di chiunque altro. Inoltre era ricco sfondato e sapeva essere molto generoso con chi si meritava la sua stima.
Betto però non era mai riuscito a intrupparlo tra i suoi, e pensava che la colpa fosse di tutto quel filosofare di Guido, che lo isolava dal resto degli uomini: dato che propendeva per le dottrine di Epicuro, nei quartieri bassi correva anche voce che le sue elucubrazioni mirassero solo a trovare la prova della non esistenza di Dio.
Un giorno Guido andò da Orsammichele fino a San Giovanni passeggiando per via dei Calzaioli, come faceva spesso, e giunse a quei grandi sarcofaghi di marmo che oggi sono in Santa Maria del Fiore e allora stavano in mezzo a molte altre tombe intorno a San Giovanni. Mentre indugiava tra le colonne del battistero, i sarcofaghi e la porta di San Giovanni, sulla piazza di Santa Maria del Fiore arrivarono Betto e i suoi amici a cavallo e, vedendo Guido in mezzo a quei sepolcri, dissero:
«Andiamo a stuzzicarlo» e spronarono i cavalli, improvvisando una scherzosa carica. Prima ancora che lui se ne accorgesse, gli furono addosso e presero a dirgli:
«Guido, tu ti rifiuti di essere dei nostri ma, dicci un po', dopo che avrai scoperto che Dio non esiste, cosa te ne sarà venuto in tasca?»
Guido si vide circondato e rispose a bruciapelo:
«Signori miei, a casa vostra siete liberi di dire tutto quel che vi pare» e, puntellandosi con una mano su uno dei sarcofaghi, che non erano mica tanto bassi, balzò dall'altra parte con un salto da Olimpiade e, rotto così l'assedio, li piantò tutti lì e se ne andò.
Quelli rimasero a guardarsi basiti e a dirsi che Guido aveva la testa nelle nuvole e che diceva cose senza senso, perché nessuno di loro aveva a che fare con quelle tombe più di quanto avesse a che farci qualunque altro cittadino, Guido compreso. Ma Betto capì al volo l'antifona e disse agli altri:
«Ci siete voi con la testa nelle nuvole, se non avete capito: elegantemente e con due parole Guido ci ha offesi proprio a morte, perché, rifletteteci bene, queste tombe non sono la casa dei morti, visto che i morti ci vengono messi a dimora? E lui ci ha detto che sono la nostra casa per dirci che, come tutti quelli che non hanno studiato e non amano studiare, noi siamo peggio che morti in confronto di lui e degli altri intellettuali. Ecco perché qui siamo a casa nostra.»
Tutti allora capirono che cosa aveva voluto dire Guido e tale fu l'umiliazione che rinunciarono per sempre a tampinarlo: e da quel giorno in poi Betto si guadagnò la reputazione di uomo sottile e perspicace.



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